Don Riccardo Simionato
Don Riccardo Simionato: una vita spesa per il Madagascar
Don Riccardo Simionato è in Madagascar dal 1981, prima come missionario orionino e poi, dal 2000, come sacerdote incardinato nella Diocesi di Morondava (distretto del Menabe). Per lui, essere missionario significa conoscere profondamente la cultura locale e inserirsi pienamente nella vita ordinaria dei malgasci, con tutto ciò che ne comporta (zero, o quasi, comodità).
Negli anni, don Riccardo ha vissuto e operato in diversi posti dell’isola (da orionino a Anatihazo – periferia di Tananarive – e a Faratsiho; come sacerdote diocesano a Mandabe, a Betanatanana, a Antsiraraka e, ad oggi, a Anjà) e per poter capire meglio come far arrivare il Vangelo ha studiato molto, ha imparato le varie lingue locali e ha sempre cercato la relazione umana, facendo in modo che piano piano le persone imparassero a conoscerlo e a fidarsi di quel “vazà” (termine malgascio che indica l’uomo bianco, quasi in senso dispregiativo) venuto da chissà dove.
Veneto di origine, don Riccardo definisce la sua storia “assolutamente normale”: genitori molto credenti, una famiglia povera e molto unita, un’educazione semplice ma con il costante allenamento al sacrificio e alla condivisione.
Durante gli anni del seminario ha avvertito il rischio dell’abitudine, della vita senza “scosse”, perché era sì appassionato dallo studio ma si sentiva spegnere; trascorre così due anni a Vicenza in una Casa Orionina come assistente di alcuni ragazzi problematici e lì intuisce che avrebbe potuto percorrere un cammino diverso. In seguito, comincia gli studi di Teologia a Roma dove però, poco dopo, perde entusiasmo e preferisce seguire corsi di Cinematografia al centro di Montemario; dopo il primo anno di Teologia, fa richiesta di trascorrere le vacanze estive con i disabili a Seregno (MB) e attraverso questa esperienza si rende conto di non avere alcuna competenza medico-sanitaria; a quel punto, decide di iscriversi al corso di infermiere al Policlinico Gemelli e, subito dopo, a un corso di medicina tropicale a Lione.
Avverte che la sua vita sta andando altrove e nel 1971 parte per la Costa d’Avorio.
Lì frequenta i corsi in seminario e contemporaneamente sente di doversi “rompere alla vita di missione”. Da subito ha grandi responsabilità da gestire da solo e questo per lui rappresenta una grande scuola di vita. Sono anni di fuoco durante i quali si iscrive anche all’Università di Abidjan per conoscere meglio la cultura e le vicende dell’Africa nera.
Nel 1977 rientra in Italia e si stabilisce a Milano dove passerà anni meravigliosi e instaurerà relazioni significative e durature. Nella parrocchia che lo ha accolto ricopre vari incarichi, dal responsabile corso fidanzati alla collaborazione per la catechesi dei ragazzi e in oratorio e conosce la coppia missionaria Angiola e Giancarlo Chailly.
Da questa bella e profonda amicizia nascerà l’Associazione Progetti Ecar Mandabe Onlus e si svilupperanno nuove collaborazioni e legami che continuano tutt’ora.
La missione via via è diventata “la nostra missione” con il contributo di tutti gli amici e i sostenitori.
Dopo la realizzazione di tanti progetti a favore della popolazione locale, qualcuno un giorno ha fatto a don Riccardo la fatidica domanda, “Gli anni passano anche per te, cosa prevedi per il tuo futuro? Chi si occuperà di te?”.
Lui ha risposto così: “Di certo non ho una congregazione che ci pensa e questa diocesi in cui sono non ha mezzi per poterlo fare. Anziché inquietarmene, penso sia meglio mettere il futuro nelle mani del mio “Datore di lavoro”. “Guardate i gigli del campo, guardate gli uccelli dell’aria” … Non è un invito a fidarsi totalmente di Lui? E nella Prima Lettera di San Pietro leggiamo: “mettete in Lui ogni vostra preoccupazione, perché Egli ha cura di voi”. Io credo proprio che ce la farà!”
E ancora, “Qual è un tuo desiderio, un sogno che coltivi?”
“Che ci sia qualcuno fra i giovani che conosco che si faccia missionario … Non come me, ma meglio di me. Vorrei che la mia presenza fra questa gente possa suscitare giovani che mettano la loro vita al servizio di Cristo e del loro popolo”.