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Mahabo-Anjà, dic. 2025

Carissimi,
la cultura malgascia abbonda di proverbi che condensano in poche parole vizi o virtù della gente. È una forma di saggezza, che ci aiuta a vedere bonariamente anche i nostri difetti. Lo zebù è di certo l’animale che vive il più stretto connubio con l’uomo, il vero amico dell’uomo, dal quale però viene spesso trascurato. “Sítraka andro anàovana toa ny tongotr’ómby miósy” significa essere così sventati da non osservare lo stato delle zampe degli zebù e farlo solo quando diventa necessario e urgente, scendendo nella risaia per dissodare il terreno. E così può succedere che il suo piede sia gonfio, infetto, ferito… E di conseguenza il lavoro non potrà essere fatto bene.
Può capitare anche a noi di correre, durante le feste, per confezionare regali per chi magari durante l’anno non ha potuto godere del nostro tempo e della nostra attenzione. Per me un ritornello ricorrente, non riuscire a darvi il tempo che vorrei nelle mie brevi visite italiane. Potrei però aggiungere che non è per sventatezza…
Avremo modo in qualche momento delle feste natalizie di prenderci del tempo per noi. Lo farò certamente alla luce di questo ultimo cambiamento. Il passaggio da Antsiràraka a Anjà apre un altro capitolo della nostra esperienza missionaria. I posti certo cambiano, ma la gente che cerca Dio, il senso della vita, le cose che contano e su cui impegnare la vita sono uguali dappertutto.
Venendo qui però un certo spaesamento l’ho sentito. Ma poi, zainetto, cappello di paglia e avanti, a piedi, salutando le persone e intanto conoscere le strade, i villaggi, i corsi d’acqua… Qualcuno mi ha avvicinato chiedendomi “Perché andare a piedi e non in macchina, in moto, in risciò?” È la domanda di sempre. È una scelta personale e discutibile certo. Infatti tutti i preti che mi succedono non la condividono e non lo fanno. Vado a piedi perché non ho fretta di arrivare presto, perché ho tempo per salutare, parlare con la gente, fare domande, o rispondere alle loro, perché mi occorre tempo per conoscere i posti, per contemplare la natura (ho ancora nostalgia per i panorami spettacolari di Faratsiho!), perché ho tempo per pensare, ricordare e soprattutto per pregare!
Faremo il nostro primo Natale nella nostra piccola chiesa. E prevedo parecchie centinaia di persone. Dopo le feste ci saranno parecchie cose da fare per la chiesa: finire gli intonaci, fare il pavimento, mettere un po’ di illuminazione e fare i banchi.
Abbiamo individuato un buon appezzamento dove costruire la scuola media. Mentre nei villaggi la gente ci chiede di aprire delle scuole per i loro ragazzi. Sia qui ad Anjà che nei villaggi bisognerà anche prevedere gli alloggi per gli insegnanti che vengono da lontano.
Insomma stiamo facendo piccoli passi quotidiani per mettere in piedi delle comunità cristiane capaci di scegliere i propri leader, di educare i propri bambini e ragazzi, di prendersi cura dei poveri… É una missione nuova e quindi i bisogni sono tanti, ma sappiamo che il Signore è molto generoso, cosi come lo siete sempre stati anche voi.
A tutti voi voglio esprimere la mia gratitudine. A voi che ci siete vicini con la preghiera e l’amicizia, a voi che vi impegnate per offrire una vita migliore a queste popolazioni, a voi che ci sostenete con le adozioni a distanza, permettendo a tanti ragazzi di frequentare la scuola.
Dovrei parlarvi molto di più della situazione politica, che ha lasciato nei più l’impressione di un grande falò di paglia, ma che non ha prodotto finora cambiamenti profondi. E quindi dobbiamo riprendere il nostro impegno dal quotidiano ricordando un proverbio malgascio che ammonisce: “Non sono i forti acquazzoni, ma la pioggerellina costante che rende fertile la terra”.
Preghiamo perchè queste festività natalizie diano fecondità a questo nuovo anno.
Auguri a tutti di buone feste e mi raccomando… Il rosario in tasca.
Vi abbraccio forte,

Riccardo

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