Diari di viaggio

18 giugno 2005
Diario di bordo dal Madagascar

Una settimana fa eravamo sul treno per Milano e adesso siamo nel Sud del Madagascar in una casa missionaria dallo stile coloniale a pochi km dalla Strada dei Baobab e dal Canale di Mozambico! Stiamo aspettando una vettura che ci condurrà dopo un viaggio di 6 ore (a quanto pare molto avventuroso e disagevole!) nell’entroterra, a Mandabè, nella missione di Don Riccardo. Non è per niente facile stargli dietro! Un uomo che per dare senso alla propria vita e a quella dei Malgasci di fronte a Dio, si è ritrovato spesso solo ed in difficoltà, ma che in nome della Provvidenza, a suo dire, è sempre andato avanti. Una Provvidenza che lui sostiene aver toccato e palpato come lo si può fare con un tavolo…

A Morondava la vita è più a misura d’uomo. Il ritmo è lento, ordinato, rilassato, sereno. E’ una tranquilla cittadina sul mare, con strade sabbiose e abitazioni deliziosamente decadenti. Niente a che vedere con ciò che abbiamo visto ad Anatihazo. Ad Anatihazo, non a caso il quartiere più povero di Antananarivo, in mezzo alle baracche regna la sporcizia, il caos, la desolazione. I bambini giocano in mezzo alla melma e ai topi.

Nelle strade ampie e polverose, fiancheggiate da baracche e da negozietti all’aperto, sono esposti pezzi di carne, granaglie, salsicce, verdure all’aria senza alcuna precauzione, su cui si posano nugoli di mosche. Nei canali di scolo una folla multicolore lava i panni, coglie foglie di verdura e fa i propri bisogni. Sembra di essere in pieno Medioevo europeo; considerando che Parigi attorno al mille non doveva essere poi tanto diversa.

Qua a Morondava abbiamo avuto il piacere di conoscere Celso. Celso è un religioso di 85 anni che vive qui in Madagascar dal ’49: ci è arrivato su un bastimento dopo un mese di viaggio! Ma quando ci ha parlato di sua madre, del momento in cui sua madre stava morendo, si è commosso come un bambino e si è congedato. In questi giorni il tema della “madre” ricorre spesso…tra le storie dette e non dette…ci torna in mente la poesia di Giuseppe Ungaretti…e finiamo per commuoverci anche noi…Sarà per colpa dell’antimalarico?! Ormai il Lariam è diventato l’alibi, la scusa, il capro espiatorio di questo viaggio!!!

Ilaria, Manuela, Chiara (volontari SEV Orione)