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Diari di viaggio
Mandabe, 21 luglio – 2 agosto 2005
Per Mandabe siamo partite in quattro, tutte ragazze e con un’età compresa tra i 21 e i 26 anni; nessuna di noi aveva prima d’ora fatto esperienze di questo tipo e l’impatto con il Madagascar ha significato l’impatto con il sud del mondo. Indubbiamente l’esperienza è stata ricca di stimoli e ha generato una moltitudine di riflessioni, in primo luogo per il contatto con una cultura così lontana e così diversa dalla nostra, ma anche per l’incontro con Riccardo, una persona speciale.
A Morondava c’era lui ad attenderci e, con lui, nella missione di Mandabe, siamo rimaste una decina di giorni: non sono poi molti, anzi sono ben pochi, eppure sono stati così intensi che hanno lasciato il segno in ciascuna di noi; tuttavia è stato necessario allontanarsi un poco, venire via, per cominciare ad elaborare e a razionalizzare le emozioni provate, là era come stare dentro a un documentario, insomma, non sembrava quasi vero di esserci, di trovarsi in un posto simile, così distante (in molti sensi) dai luoghi che conosciamo. Ma, piano piano, le sensazioni provate hanno cominciato a prendere forma; le emozioni che ci hanno invaso sono le più diverse e spaziano dallo stupore per i sorrisi che ci venivano rivolti al senso di impotenza di fronte alle condizioni di vita di tanta parte di mondo (compreso questo di Mandabe e del Madagascar in generale), vanno dalla meraviglia per le bellezze naturali ammirate all’enorme gratitudine per Riccardo che ci ha pungolate con l’idea del viaggio, ce lo ha reso possibile e ci ha aperto una finestra enorme su una realtà ignorata dai più.
Durante la nostra permanenza, siamo state a visitare alcuni villaggi in mezzo alla brousse, Beronono, Ambalabe, Ambango, Tanambao e Ankilimanjaka; per raggiungerli ogni volta si percorrevano almeno un paio d’ore di jeep (salvo guasti o forature di pneumatici) attraverso la savana, seguendo piste che spesso assomigliavano al semplice segno delle ruote tra le sterpaglie e che solo un autista capace come il nostro (e dotato di sesto, settimo, e forse anche ottavo, senso!) sapeva vedere e, con un’incredibile padronanza, seguire; in ognuno di questi villaggi l’accoglienza a noi riservata è stata magnifica: canti e danze preparate dal maestro con i bambini della scuola, poi il discorso ufficiale di ringraziamento da parte dell’anziano del villaggio, poi i regali (del riso, uova, polli, manioca, canna da zucchero, ceste, patate dolci)! Infine il pranzo insieme, noi nella capanna dell’anziano del villaggio come fossimo le persone più importanti sulla faccia della Terra! Abbiamo riscontrato una grande cordialità da parte di questa gente, l’enorme rispetto che nutrono per l’ospite e la curiosità di sentire le nostre parole; noi, forti di quest’autorevolezza, pronunciavamo parole di ringraziamento e di incitamento (su suggerimento di Riccardo che, comunque, traduceva il tutto aggiustando qua e là le parti del discorso!) a continuare nell’impegno comune per la scuola, con la conseguente promozione dell’istruzione e dell’aumento dei bambini frequentanti, ma anche per la coltivazione dell’orto che permetterà di raggiungere una qualità migliore dell’alimentazione.
In particolare ad Ambango (il cui nome in lingua malgascia significa “posto dove ci sono molti mango”) la festa è stata vivacissima: i bambini ci sono corsi incontro a frotte non appena siamo scese dalla jeep ed i loro sguardi felici per il semplice fatto di averci stretto la mano e di averci salutato saranno difficili da dimenticare; il maestro, poi, è una persona molto capace e Riccardo ne è soddisfatto perché – dice - se si riesce a partire bene dai piccoli poi sarà più facile innescare lo sviluppo della zona. La scuola elementare, lì, ospita finora tre classi per un totale di 120-130 alunni; esiste un orto la cui coltivazione è iniziata da poco grazie alle donne del villaggio, che sono poi anche le mamme dei bambini che frequentano la scuola. Per quanto riguarda il pozzo, quello esistente necessita di essere ultimato poiché, nonostante lo scavo sia già arrivato ai 19 mt. (di solito si scende fino ai 10-12 mt.), il terreno è ancora argilloso e dunque occorre mettere dei sassi sul fondo per filtrare l’acqua. È già la terza volta che questo pozzo viene rifatto, infatti la prima volta fu costruito troppo vicino alla casa del maestro e la seconda, a causa di un errore degli operai, lo scavo è franato all’arrivo della stagione delle piogge; ora dovrebbe essere la volta buona.
L’altro pozzo da ultimare che abbiamo visto si trova nella parte più povera di Mandabe, la zona est, dove vive, tra i tanti, anche il caro presidente della chiesa che siamo andati a trovare e salutare per l’ultima volta e che ci ha benedetto per il viaggio (“perché possiate arrivare bene fino alle braccia dei vostri genitori”); l’ho detto, questa gente che non ha nulla possiede un’umanità e una serenità che da noi sono ormai merce rara. Vivono in capanne, non hanno né cucina, né salotto “buono”, hanno l’indispensabile – e spesso neanche quello – e la cosa stupefacente è che lo condividono con noi ricche occidentali! Questa era una delle cose che più ci colpiva e di cui parlavamo la sera sotto un cielo stellato indimenticabile, in alternativa alla nostra “amata” tv. Già perché nella missione non c’era né luce elettrica, né acqua corrente e né tantomeno telefoni e telefonini: siamo sopravvissute ugualmente, però, e senza troppi disagi. Certo, dieci giorni non sono un’eternità, ma come ha detto Riccardo, abbiamo potuto intravedere cosa significa vivere là. Ora, qui a casa, non è più la stessa cosa di prima: anche il semplice gesto di premere sull’interruttore per accendere la luce genera una sensazione mista tra la meraviglia e il disagio. Per non parlare di una doccia calda…
A nome dell’intero gruppo, posso dire che ne è valsa la pena, che si è trattato di un viaggio fortemente voluto che siamo riuscite a realizzare e a portare avanti nel migliore di modi e che nel nostro prossimo futuro c’è l’intenzione di collaborare con Riccardo e di aiutarlo, per quanto ci è possibile, nel suo sogno di far alzare la testa a queste popolazioni bisognose di molto ma contemporaneamente capaci di donare altrettanto. Siamo perfettamente consapevoli di essere soltanto minuscole creature (e mai tale sensazione è stata più netta come di fronte alla maestosità dei baobab), ma con la nostra modesta testimonianza ci piacerebbe arrivare a “toccare” le persone nel profondo; cosa ci vuole a fare una donazione? Addirittura è possibile offrire soldi con un semplice sms!Uno invia un messaggio e si sistema la coscienza. Non basta. Donazioni di questo tipo non aiutano né chi le fa né chi le riceve, occorre al contrario sensibilizzarci e responsabilizzarci perché se non cambiamo rotta qui, ora, in Occidente e al Nord, sarà ben difficile che qualcosa cambi, in meglio, anche in Oriente e al Sud. Aiutare economicamente chi ha bisogno è fondamentale, certo, ma non è sufficiente se a ciò non si accompagna un cambiamento delle nostre mentalità e delle nostre abitudini consumiste. Finchè noi per primi non sapremo metterci in discussione potremo anche donare miliardi di euro ma sarà dura che qualcosa cambi.
Certo, è tuttaltro che facile, ma sembra essere l’unica strada percorribile. Noi non ci sentiamo portatrici di chissà quali verità o scoperte, ma contemporaneamente siamo coscienti della peculiarità dell’esperienza vissuta e intendiamo condividerla, magari generando curiosità, interesse e, chissà, magari voglia di andare direttamente a Mandabe a vedere com’è!
La nostra vacanza non è stata una di quelle tradizionali e siamo molto “gelose” dello scrigno di vita vissuta che abbiamo raccolto, tanto che a volte ci chiediamo se valga la pena parlarne con chi magari ti ha domandato ma che si vede lontano un miglio che non è particolarmente interessata o attenta; tuttavia, siccome le vie del Signore sono infinite non spetta a noi giudicare per cui fiduciose e forti della nostra giovane età desideriamo spenderci per Riccardo e per la gente di Mandabe! Il viaggio non è finito all’atterraggio a Milano, lì semmai ne è cominciato un altro che desideriamo portare avanti, nonostante tutto. Non siamo sole e dalla nostra abbiamo preziose preghiere…
Claudia, Barbara, Caterina e Cristina
ASSOCIAZIONE PROGETTI ECAR MANDABE ONLUS
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