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Diari di viaggio
5 ottobre - 19 ottobre 2008
“Un tassista... insistente e la clinica... Madonnina”
Cosa si può dire di ritorno da una missione?
Certamente nelle interminabili ore di attesa tra un aereo e l'altro si riflette, si raccolgono idee, ricordi... Si ha voglia di riabbracciare la famiglia e gli amici e si pensa a tutte quelle persone che ci hanno accompagnato idealmente lungo il nostro percorso. Chi avrebbe voluto esserci davvero ma non ha potuto, chi ci ammira ma personalmente non lo farebbe, e chi è tentato ma non è ancora il momento.
Sì perchè quando si torna da un viaggio così particolare e intenso non si può essere uguali a prima. Qualcuno cancella il ricordo perchè “troppo” impegnativo, qualcun altro cancella se stesso per cominciare una vita nuova.È così che per la seconda volta vado a Mandabe da sola, ma solo fisicamente perchè con il pensiero ho portato con me tutti quelli a cui avrebbe giovato: i miei amici, la mia famiglia, quelli che mi hanno seguito nel ricordo e nelle raccomandazioni! E quanto diversi fra loro!
Chi conosce Don Riccardo sa che in sé possiede il dono di “accomunare” e infondere la passione per la missione, la sua certo, ma anche più in generale un'idea di missione nel quotidiano, nel nostro cammino giornaliero. A lui, così lontano e isolato, piace farsi raccontare la nostra vita di tutti i giorni quando qualcuno lo va a trovare e così vuole sapere delle persone, dei nostri amici e conoscenti...”cosa fa tizio, e come sta caio” chiede in continuazione, perchè s'interessa, partecipa e condivide gioie e piccolezze. E così si stringono amicizie, si consolidano legami, si aprono conoscenze.
Mi piace raccontare di Mandabe con serenità e allegria, delle risate che ci siamo fatti a prendere i taxi sgangherati di città che non si sapeva se ci portavano a destinazione. L'ultimo giro l'abbiamo fatto per andare all'aeroporto: Riccardo cerca un taxi, sono le due del pomeriggio con 50°, lo trova, è sempre lo stesso che ci perseguita da giorni con il cruscotto dove non c'era più neanche l'ombra di un comando ma in compenso era ricoperto di una pelosissima moquette all'interno! Contratta il prezzo...ok, si va! Durante il tragitto si spegne più volte il motore ma il nostro amico tassista lo fa sempre ripartire...con un interruttore! Riccardo esclama “prega la Madonna di Pompei perchè qui non so se si arriva a destinazione!”. La sopra citata Madonna l'aveva tirata fuori perchè aveva appena ricevuto una busta da sua sorella che lavora a Napoli contenente tra le varie cose le immaginette. E noi a ridere tra le buche voragini della strada e i rumori di ferraglia.
Per non parlare della clinica della “Madonnina”. Così è stato battezzato da lui un laboratorio di restauro-aggiustamento statue improvvisato a Mandabe. Tutto è cominciato con il restauro di tre statue arrivate da Antananarivo a cui si erano spezzate le braccia lungo il tragitto. Abbiamo cercato un po' di cemento nel cantiere del canale, un po' di pittura per muri bianca, e tra qualche attrezzino e colori che mi ero portata - un'artista non viaggia mai senza - e un po' di mie competenze passate (grazie Brera!) abbiamo messo su la “clinica”. Ma Riccardo ovviamente non si è fermato alle tre sfortunate. Forse non si sa che in Madagascar certe raffinatezze artistiche non sono proprio di casa, e non si sa davvero dove prendano certi stampi per fare le statue sacre. Sta di fatto che lui inizia a portarmi certi obbrobri...“fai qualcosa, sii buona”, mi diceva ridendo, “aiutano la gente a sperare in qualcosa”.
E' così che in pochi giorni nella specie di laboratorio hanno iniziato a sfilare nasi da riparare, veli da ripulire, rosari da indorare...
E' stato bello però fare qualcosa per la chiesa di Mandabe e le persone che si accostano alla preghiera con speranza e fiducia. A volte hanno solo quella.Perchè non bisogna dimenticare che tra l'allegria, che non era altro che un modo per affrontare i problemi di tutti i giorni, si vedevano i bambini che tiravano giù a sassate dagli alberi di mango i frutti ancora acerbi, e che nella prima acqua che è scorsa nel canale ripristinato dopo vent'anni, con tutto il suo fango e sporcizia, quei bambini ci si sono buttati a capofitto, increduli e felici tanto da urlare.
Non bisogna dimenticare che quella è fame e sete.Chiara
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